DEL SANT’ANTONIO CON LA FOCARA

santonioFESTEGGIATO OGNI 17 GENNAIO A NOVOLI DI LECCE

 

La mia memoria personale del S.Antonio Abate e della sua “Focara” festeggiati ogni 17 gennaio a Novoli di Lecce, con tutto il trash scrittòrio sterile di chi continua a enfatizzare l’obsolescenza della tradizione in pubblicazioni varie, e di chi monetizza cinicamente il kitsch “multiplicato” che iconizza e oggettualizza, a due o più dimensioni, il Santo miracoloso e la sua paccottiglia indotta, l’ho editata ed emblematizzata “a futura memoria” tre mesi dopo aver compiuto i ventidue anni.

Nel gennaio del 1960 ho generato e redatto con alcuni coetanei “Lu Puercu” che tanto dispiacque ai parroci-censori Don Gennaro Delia e Don Ciccio De Tommasi, approvati dal Vescovo e supportati dal bollettino “La Voce del Pastore” micro-megafono massmediatico cartaceo strapaesano dell’ortodossia cattolica stanziale misoneista. Un numero unico modernista per famiglie che fece scrivere a Giorgio De Nini (La Tribuna del Salento, 28 gennaio): “…ricco di vispe trovatine umoristiche tratte da spunti della quotidiana vita novolese.

Più che al loro Protettore, i compilatori del giornale sembra abbiano chiesto a qualcuno dei protetti, ed in particolare al porco, la cui collaborazione è quanto mai evidente e si scopre con estrema facilità nei vari articoli, Vanno presi anche in seria ed attenta considerazione gli autori degli Atti Unici (pagg. 9 e 10) dai quali è stato evidentemente sopravvalutato il concetto sublime di una libertà incondizionata ed illimitata della stampa periodica od occasionale”.

Altra mia memoria personale riguarda la parodicità delle “rassegne-concorsi” e il velleitarismo di ogni iniziativa estemporanea (Novoli Arte e Lu Cuccu, per es.) patrocinata e finanziata dall’amministrazione comunale locale per attribuire competenze specifiche e dare credito artistico-culturale occasionale a faccendieri e visibilità paesana a creativi marginali, refrattari a sbarazzarsi della subalternità all’establishement politico in auge, in soggiorno artistico e culturale obbligato: concomitando con festeggiamenti religiosi ricorrenti e scantonando ogni altra iniziativa, tesa a rivelare e valorizzare l’esistenza e l’operosità di creativi novolesi professionali in soggiorno culturale prescelto e privilegiato altrove: nel 1600 Benedetto Mazzotta della Congregazione dei Celestini, lettore di filosofia e teologia a Bologna, aggregato all’ordine di San Benedetto; oggi pochi altri individui “esemplari”. Alla “Focara” dei miei anni infantili e adolescenziali sono mancate la fruibilità multietnica, la comunicazione massmediatica, la visibilità telematica e televisiva. Alla “Focara” dei miei anni anziani mancano le case prive dell’impianto di riscaldamento nelle quali traslocare le sue braci spente divenute carbonella. Della focara dei miei anni giovani ho scritto ciò che si può leggere ne La Tribuna del Salento del 14 gennaio 1960, ripubblicato ne Lu Puercu del 17 gennaio 1961, titolato :”Una focara famosa”. Riproducibile anche per la focara dei miei anni anziani che i novolesi miei coevi continuano a perpetuare stereotipa e folclorica col Sant’Antonio Abate, continuando a stabilire il medesimo rapporto con la ritualità laica e fieristica, la liturgia religiosa obsoleta, l’oggettistica e l’iconologia concepite consanguineamente e artigianalmente nell’orto dietro casa come in altri tempi, senza sperimentare liturgie eterodosse. Ignorando ogni ritualità alternativa meno tribale e l’iconologia artistica ortodossa e agiografica modellata altrove. A cominciare da un Sant’Antonio Abate (h.cm.107) datato 1475, scolpito nel legno da Lorenzo Di Pietro detto “Il Vecchietta” (Castiglione di Val d’Orcia 1412- Siena 1480). Considerando inopportuna e irrispettosa l’iconologia disagiografica che rappresenta il Santo come ne “Lu Puercu” del 1960 e in alcune incisioni erotiche francesi ottocentesche che illustrano le sue “tentazioni” di eremita col maiale (punk-bestia ante litteram).

Scrivo ciò perché sia dato un futuro vivo (non “contemperato”) a un passato morto (è il mio auspicio!), comunicato con scrittura revisionata da un esperto di editing, non considerando alcun passato concluso e compiuto: poiché il passato ha bisogno sempre di essere riproposto dall’immaginazione fertile del presente, dalla sua acutezza inventiva, dalla sua capacità di rapportarsi al mondo in modo nuovo e attivo.

 

Enzo Rossi-Ròiss

 

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